un blog di attualità

Emilio Dalla Torre

Studente di liceo classico, classe 2001, amo la lettura e il cinema: sono stato membro della Giuria del premio Leoncino d'Oro; mi dedico alla programmazione nel tempo libero, sviluppando applicazioni per Android e iPhone.

COVID-19 e società dei beni, un’analisi sulle prospettive del consumismo

Che il COVID-19 sia destinato ad impattare con violenza, e con colpi di coda ancora incalcolabili, oltre a quanto già fatto, l’economia mondiale è un dato di fatto. Che sia impossibile, tuttavia, proporre un’analisi astratta del futuro del mondo del lavoro in cui noi Gen Z ci apprestiamo ad entrare, non è vero.

Il coronavirus, infatti, ha creato le basi – prevalentemente psicologiche – per un’economia contratta per ancora molti lunghi anni (senza lasciare adito neanche alla speranza di un nuovo boom economico post-pandemia), che ci deve mettere in allerta sul nostro modo di vedere il consumo.

In prima analisi, si potrebbe ritenere che le conseguenze del coronavirus si limiteranno – si siano limitate – ad un democratico impoverimento generale ed equo di ogni persona (qualcuno di più, qualcuno di meno, ma nessuno ne è stato risparmiato). Sarebbe facile quindi trarre la ulteriore conseguenza che la “risoluzione” di questa situazione possa essere quella di un’autoindotta deflazione, ovvero una crescita del valore del denaro (per intenderci: se tutti guadagnano meno, come mai il caffè al bar non può costare un po’ meno?). Questo fenomeno, in accordo con la “curva di Philips”, la relazione che, in macroeconomia, pone come inversamente proporzionali la disoccupazione e il tasso di inflazione (e che, in buona sostanza, afferma che all’aumentare del tasso di disoccupazione, scende il prezzo della merce), sarebbe più che giustificato in questo momento storico.

Un’analisi di questo tipo, tuttavia, manca (ed è fatale per la sua stessa validità) di considerare il paradigma del valore non liquido: i beni solidi che hanno perso buona parte del loro valore pre-pandemia. Questi, contrariamente al denaro, hanno subito fluttuazioni di valore che hanno fortemente impoverito, questa volta non in maniera equa e “democratica” quanti vi avessero investito (immaginiamo: un centro commerciale pieno di vestiti alla moda. Saranno ancora di moda dopo che la stagione primaverile sarà passata?). Questa svalutazione dei beni solidi, la merce, è ciò che ha determinato in buona parte l’effettiva contrazione dell’economia.

Torniamo ora a quanto l’autore si proponeva di fare in questo articolo: dare uno scorcio della sua visione del futuro.
Quale sarà l’economia del futuro? Probabilmente, sarà quella del terzo settore. Se, infatti, la merce, complice un mondo che si sta allontanando dai valori materiali per andare verso una ricerca sempre più della sostanza che della forma, ci ha mostrato in questa pandemia che il suo valore è, ora più che mai, relativo, il contrario ha fatto il mondo della ricerca, della tecnologia, della cultura (questa sconosciuta!): ci è stato chiaro che quanto possedevamo di materiale non bastava a scongiurare un pericolo invisibile, ma anche che se avessimo disposto diffusamente di un po’ di più di civiltà avremmo potuto gestirlo diversamente.

Non è irreale immaginare un futuro in cui sarà minore l’attenzione all’automobile che guideremo (il detto è vecchio, ma un’auto sportiva e un’utilitaria portano nello stesso posto), e sarà maggiore quella che riserveremo alle esperienze che faremo: l’unico vero bagaglio di valore che sappiamo non ci abbandonerà mai.

Un antidoto alla solitudine: è tempo di raccontarci

Il sonno della ragione genera mostri, così Goya a fine Settecento e oggi, nell’era della tecnologia, dove sembra basti un “click” per soddisfare tutti i bisogni, rischiamo di perdere la nostra capacità di ingegnarci per conquistare davvero qualcosa.

L’ attuale contingenza mette a nudo le debolezze della società e ci rende consapevoli di come serva molto più di un “click” per affrontare le difficoltà: adesso, anche se disponiamo dei beni materiali necessari, comprendiamo come la felicità derivi anche da una corretta convivenza con noi stessi.

In questi giorni di quarantena, segregati in casa cerchiamo conforto tra qualche Inno d’Italia al balcone e video divertenti sui social, ma a conti fatti ci sentiamo disorientati e, in un certo senso, spenti. Essere privati della quotidianità mette a confronto con la solitudine, a cui non siamo abituati nella nostra civiltà iperconnessa, e costringe a cogliere i momenti di noia per riflettere. Per questo è normale che cominciare a meditare su se stessi spaventi: perché è difficile introdurre una nuova abitudine, specialmente se questa implica conoscersi a fondo.

Noi siamo dei giovani che fino a ieri cominciavano a costruire il proprio futuro, tra sogni, speranze, dubbi e incertezze, e nel nostro percorso abbiamo spesso sentito il bisogno di indagare noi stessi per diventare apprendisti di vita.

Ora, tra tutte le privazioni, questa stasi generale ci offre l’opportunità preziosa di dare ascolto alle voci dentro noi stessi: è tempo di raccontarci.

È tempo di unire pensieri e considerazioni al proposito di riflettere insieme sulla realtà che ci circonda. Ecco la ragione di uno spazio di condivisione come questo blog; solo così ci aiuteremo a vicenda nel tenere vivo l’ingegno. Approderemo a un’isola in cui ogni opinione è valida, in cui forse un “click” può realizzare ciò che ci è impedito ora: stare vicini, nella speranza che la nostra unione perduri oltre questo difficile periodo.

Daiana Padenau, Emilio Dalla Torre, Pietro Casarin
IIS G.Bruno R.Franchetti di Mestre-Venezia

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