Che il COVID-19 sia destinato ad impattare con violenza, e con colpi di coda ancora incalcolabili, oltre a quanto già fatto, l’economia mondiale è un dato di fatto. Che sia impossibile, tuttavia, proporre un’analisi astratta del futuro del mondo del lavoro in cui noi Gen Z ci apprestiamo ad entrare, non è vero.

Il coronavirus, infatti, ha creato le basi – prevalentemente psicologiche – per un’economia contratta per ancora molti lunghi anni (senza lasciare adito neanche alla speranza di un nuovo boom economico post-pandemia), che ci deve mettere in allerta sul nostro modo di vedere il consumo.

In prima analisi, si potrebbe ritenere che le conseguenze del coronavirus si limiteranno – si siano limitate – ad un democratico impoverimento generale ed equo di ogni persona (qualcuno di più, qualcuno di meno, ma nessuno ne è stato risparmiato). Sarebbe facile quindi trarre la ulteriore conseguenza che la “risoluzione” di questa situazione possa essere quella di un’autoindotta deflazione, ovvero una crescita del valore del denaro (per intenderci: se tutti guadagnano meno, come mai il caffè al bar non può costare un po’ meno?). Questo fenomeno, in accordo con la “curva di Philips”, la relazione che, in macroeconomia, pone come inversamente proporzionali la disoccupazione e il tasso di inflazione (e che, in buona sostanza, afferma che all’aumentare del tasso di disoccupazione, scende il prezzo della merce), sarebbe più che giustificato in questo momento storico.

Un’analisi di questo tipo, tuttavia, manca (ed è fatale per la sua stessa validità) di considerare il paradigma del valore non liquido: i beni solidi che hanno perso buona parte del loro valore pre-pandemia. Questi, contrariamente al denaro, hanno subito fluttuazioni di valore che hanno fortemente impoverito, questa volta non in maniera equa e “democratica” quanti vi avessero investito (immaginiamo: un centro commerciale pieno di vestiti alla moda. Saranno ancora di moda dopo che la stagione primaverile sarà passata?). Questa svalutazione dei beni solidi, la merce, è ciò che ha determinato in buona parte l’effettiva contrazione dell’economia.

Torniamo ora a quanto l’autore si proponeva di fare in questo articolo: dare uno scorcio della sua visione del futuro.
Quale sarà l’economia del futuro? Probabilmente, sarà quella del terzo settore. Se, infatti, la merce, complice un mondo che si sta allontanando dai valori materiali per andare verso una ricerca sempre più della sostanza che della forma, ci ha mostrato in questa pandemia che il suo valore è, ora più che mai, relativo, il contrario ha fatto il mondo della ricerca, della tecnologia, della cultura (questa sconosciuta!): ci è stato chiaro che quanto possedevamo di materiale non bastava a scongiurare un pericolo invisibile, ma anche che se avessimo disposto diffusamente di un po’ di più di civiltà avremmo potuto gestirlo diversamente.

Non è irreale immaginare un futuro in cui sarà minore l’attenzione all’automobile che guideremo (il detto è vecchio, ma un’auto sportiva e un’utilitaria portano nello stesso posto), e sarà maggiore quella che riserveremo alle esperienze che faremo: l’unico vero bagaglio di valore che sappiamo non ci abbandonerà mai.